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Istinto e archetipo nella dissociazione: la metafora dello spettro della luce

Alessandra Corridore

Il fondamento essenziale della nostra personalità è l’affettività …
Il tono affettivo è uno stato affettivo
…accompagnato da innervazioni somatiche. Jung
 

Alcune riflessioni di Jung ci permettono di proporre una chiave di lettura del fenomeno dissociativo attraverso la teoria dei complessi e di ipotizzare un ponte tra sintomo e rappresentazione, tra gli aspetti biologici e quelli psicologici dell’individuo, tra istinto e archetipo. Jung mette in evidenza una complessità che potrebbe confermare ciò che recenti teorie sul trauma sostengono: l’esistenza di una stretta correlazione tra trauma, dissociazione e somatizzazione.

Il complesso a tonalità affettiva e la dissociabilità della psiche

Jung nel 1907, introducendo il discorso sul complesso a tonalità affettiva, parla dell’affettività come nucleo fondante e caratterizzante la realtà psichica, che descrive con le seguenti parole:

«Si può paragonare (…) alla musica wagneriana. Il Leitmotiv definisce (in certo modo come il tono affettivo) un complesso di rappresentazioni importante per la struttura drammatica (Walhalla, patto ecc.). Ogni volta che l’azione o la parola stimolano l’uno o l’altro complesso, suona il Leitmotiv appropriato, in una delle sue varianti. Esattamente così succede nella vita psichica abituale: i Leitmotiv sono i toni affettivi dei nostri complessi, le nostre azioni e i nostri stati d’animo sono variazioni dei Leitmotiv» (p. 47).

Per molti anni Jung si era dedicato a ricerche sulle associazioni verbali. Egli somministrava ad alcuni soggetti una certa quantità di parole-stimolo alle quali questi dovevano rispondere con la prima parola che gli veniva in mente. Nonostante fosse esplicita la loro intenzione di reagire in modo giusto e rapido, si determinavano quelli che inizialmente vennero registrati come errori di reazione. In seguito Jung si rese conto che l’’errore’ trovava la sua eziologia a livello intrapsichico, ed in particolare in un complesso di rappresentazioni di vario genere, tenuto insieme da un determinato tono emotivo.

Dunque, ogni qualvolta una situazione-stimolo andrebbe a toccare questo complesso, si attiverebbe il tono affettivo ad esso appartenente, il Leitmotiv appropriato, in una delle sue varianti.

Va ribadito come Jung tenesse molto presente l’aspetto fisiologico (sintomi), oltre che quello psichico (rappresentazioni), entrambi legati al fattore emotivo del complesso. Egli scrive (1911) che «L’accentuazione affettiva del complesso è (…) da rilevare sul piano psicofisico» (p. 426), ed è questa che permette l’autonomia del complesso secondario da quello che Jung definisce complesso dell’Io (complesso primario). L’Io, infatti, è «un complesso di rappresentazioni, tenuto insieme e fissato dalle sensazioni ‘cinestesiche’, e (…) le sue intenzioni ovvero innervazioni non si dimostrano per ciò stesso più forti di quelle del complesso secondario (sono anzi da queste ultime disturbate)» (p. 427). Jung individua delle analogie tra la struttura dell’Io ed il complesso secondario autonomo e scrive:

«Il complesso dell’Io è, per così dire, non più l’intera persona, ma accanto ad esso esiste anche un altro essere, che vive nel modo che gli è proprio e così ostacola e disturba l’evoluzione del complesso dell’Io: le azioni sintomatiche esigono infatti molto spesso tempo ed energie, che vanno perdute per il complesso dell’Io. Possiamo facilmente immaginare quanto la psiche venga disturbata, quando il complesso cresce d’intensità (…) per esempio (…) (nel)l’innamoramento» (p. 55).

L’esempio dell’innamoramento sottolinea il fatto che Jung consideri i complessi come normali fenomeni vitali, appartenenti alla costituzione psichica dell’individuo, che formano la struttura della psiche inconscia. Egli descrive il complesso come costituito da un elemento nucleare, per lo più inconscio, e da associazioni secondarie che si costellano intorno ad esso. L’elemento centrale, caratterizzato dal cosiddetto tono emotivo, dalla tonalità affettiva, è formato da una componente determinata dall’esperienza e da una componente determinata dalla disposizione innata. Intorno ad esso si costellano contenuti psichici eccitati, scelti in relazione alla qualità del nucleo.

Ogni complesso fa riferimento ad una particolare situazione psichica, incompatibile con l’abituale atteggiamento cosciente poiché trova la sua origine in esperienze ed impressioni penose e spiacevoli. Questa sarebbe legata ad un conflitto morale tra parti psichiche consce ed inconsce, tra il complesso dell’io ed un altro complesso, incompatibili tra di essi, e potrebbe condurre alla scissione.

La parte scissa si manifesterebbe attraverso lapsus linguae, atti mancati, accessi d’ira, fobie e sintomi di ogni genere, come i cosiddetti dolori immaginari che, pur non avendo un fondamento organico,«fanno male quanto i dolori legittimi, e (…) una fobia per la malattia non ha la minima tendenza a sparire anche se lo stesso malato, il suo medico e il linguaggio comune assicurano che essa non è nient’altro che un’immaginazione» (Jung 1934, p. 115). A seconda del livello di incoscienza di questo processo, è possibile che il complesso talvolta possa assimilare l’Io provocando una momentanea ed inconscia modificazione della personalità che Jung definisce identificazione con il complesso.  

Essendo i contenuti dei complessi molto penosi, sgradevoli, dolorosi e causa di vergogna, finché è possibile l’Io li renderebbe irreali. Tenterebbe di tranquillizzarsi convincendosi della loro inesistenza, o identificandoli con un diverso nome, compatibile con la sfera cosciente, «Come le Erinni erano chiamate, a titolo di precauzione e di propiziazione, Eumenidi, le benintenzionate» (p. 116).

Con l’esplosione della nevrosi, tuttavia, il complesso si stabilirebbe sulla superficie cosciente, carico della sua forza originaria, che spesso può superare quella dell’Io stesso, e tenterebbe di assimilarlo, come l’Io aveva provato a fare prima con lui. Il conflitto morale tra parti psichiche consce ed inconsce, incompatibili tra di esse, potrebbe determinare quella che Jung definisce la dissociazione nevrotica della personalità.

Egli afferma che inconscio e coscienza solo apparentemente sembrano agire in maniera analoga, con percezioni, pensieri, sentimenti, volontà, intenzioni, come se fosse presente un soggetto, ma in realtà non è così. I contenuti inconsci, i complessi a tonalità affettiva, si presentano nella loro forma originaria perché non possono essere corretti ed, all’aumentare della dissociazione di un complesso rispetto al complesso dell’io, essi sembrano precipitare ad un “livello arcaico-mitologico”. Mantengono un “carattere coattivo, non influenzabile, di automatismo”. Assumono, in proporzione della loro distanza dalla coscienza, una numinosità completamente sottratta all’influenza cosciente, evidente nelle dissociazioni schizofreniche in cui il soggetto si trova a vivere uno stato di emotività privo di volontà. Al contrario, i complessi divenuti coscienti depongono la loro corteccia mitologica e con essi diventerebbe possibile un confronto dialettico.

In tal senso Jung (1934), facendo riferimento ad una nota frase di Freud, afferma che la via regia per l’inconscio non è nel sogno, ma nel complesso, che è la causa di sogni e sintomi. «I complessi sono … le unità viventi della psiche inconscia, di cui possiamo conoscere esistenza e natura soltanto loro tramite» (p. 205).

Istinto e archetipo: due realtà intimamente legate

Scrive Jung (1947/54):

«Benché nell’inconscio il processo si muova a prima vista come se fosse conscio, sembra però precipitare via via che cresce la dissociazione, a un livello in certo modo più primitivo (…), accostarsi alla forma istintuale che ne è alla base e assumere le caratteristiche distintive dell’impulso, ossia automatismo, ininfluenzabilità, all-or-none-reaction (…)» (p. 206).

Gli istinti, gli impulsi di cui parla Jung, dal punto di vista psicologico, vanno intesi come “forze motivanti dell’accadere psichico” che possono determinare il comportamento umano. Egli (1937) parte dall’ipotesi che «la funzione psichica è (sic) un fenomeno concomitante di un sistema nervoso in qualche modo centralizzato» (p. 133). Considera verosimile l’ipotesi che essa sia connessa con il cervello. Ritiene tuttavia che l’obbligatorietà caratteristica dell’istinto sia un fattore extrapsichico, psicoide che non può essere integrato dalla coscienza se non attraverso le immagini.

Nel 1919 aveva definito l’immagine originaria, l’archetipo, come intuizione che l’istinto ha di se stesso o come autoraffigurazione dell’istinto. Scriveva:

 «A mio parere è impossibile dire che cosa è il ‘prius’, se la percezione intuitiva o l’impulso ad agire. Mi sembra che siano una medesima cosa, una medesima attività vitale, che siamo costretti a pensare smembrata in concetti soltanto per poterla meglio comprendere (p. 156).

Dalle parole di Jung si evince quanto consideri l’istinto e l’archetipo intimamente legati, entrambi collocabili nell’area extrapsichica ed entrambi caratterizzati da obbligatorietà e non influenzabilità. I complessi dissociati tenderebbero ad allontanarsi dalla coscienza verso l’area istintuale ed archetipica, legate rispettivamente l’una agli aspetti spirituali della psiche, l’altra a quelli materiali e biologici.

In una lettera al dott. Flournoy, Jung (1949) scrive che è a Freud che

«va l’onore di aver scoperto il primo archetipo, il complesso di Edipo. Si tratta di un motivo di natura tanto mitologica quanto psicologica. Naturalmente si tratta di un singolo archetipo, cioè di quello che rappresenta la relazione tra figlio e genitori. Tuttavia (…) Vi è una quantità di situazioni tipiche, tutte espresse in precise forme strutturali innate» (vol. 2, p. 134).

Secondo la visione junghiana, dunque, dietro (o dentro) ogni complesso si celerebbe un archetipo, quel nucleo di significato che appartiene ad una realtà percepita come altra, perché inaccessibile alla coscienza, che è possibile soltanto circoscrivere e caratterizzare approssimativamente. È numinoso e, come se fosse un Dio, determina nel soggetto uno strato di profonda emozione.

Jung definì gli archetipi come dominanti dell’inconscio collettivo fornite di una particolare carica energetica. Sulle orme di Janet, parlava di abbaissement du niveau mental, della riduzione dell’intensità di coscienza che permetterebbe la produzione di manifestazioni individuali di strutture archetipiche, le immagini archetipiche. L’archetipo in sé apparterrebbe all’inconscio collettivo, sarebbe inconoscibile poiché psicoide. L’interpretazione che se ne può dare non sarà mai esaustiva ma, anzi, si baserà sul “come se…”. In sostanza, scrive Jung (1940), «si tratta … di circoscrivere e caratterizzare approssimativamente un ‘nucleo di significato’ inconscio. Il senso di questo nucleo non è mai stato né sarà mai cosciente» (p. 150).

Può essere chiarificatrice in tal senso una metafora molto cara a Jung, quella dello spettro della luce.

La metafora dello spettro della luce

La ‘luce’, dal punto di vista della fisica e della biologia umana, corrisponde alla porzione dello spettro elettromagnetico visibile all’occhio umano. Le differenti lunghezze d’onda vengono interpretate dal cervello come colori che vanno dal rosso delle lunghezze d’onda più ampie (con minore frequenza) al violetto delle lunghezze d’onda più brevi (con maggiore frequenza). Al di là di questi estremi si esce dal campo della visione e quindi, in psicologia, stando alla metafora di Jung, si supererebbe la soglia di percezione da parte della coscienza.

I complessi che ruotano nella sfera della coscienza potrebbero essere avvicinati all’area che va dal rosso al viola dello spettro della luce. A mano a mano che questi si allontanano perché  dissociati dall’io, data la loro natura moralmente incompatibile con i contenuti coscienti, potrebbero essere collocati nelle aree dell’infrarosso e dell’ultravioletto che per analogia rappresentano rispettivamente le sfere istintuale ed archetipica.

Jung (1940) afferma che tradizionalmente il colore rosso, colore ‘caldo’, è usato per i contenuti del sentimento e dell’emozione mentre il blu, colore dell’aria e del cielo, lo è per i contenuti spirituali. Ma è il viola, il colore ‘mistico’, che caratterizza ‘con più precisione’ l’archetipo perché esso non è soltanto una immagine in sé (che corrisponderebbe al colore blu), ma anche una dýnamis «che si manifesta nella numinosità, nella forza fascinatrice dell’immagine archetipica» (p. 229).

Sarebbe infatti tramite l’immagine archetipica che l’archetipo entrerebbe in contatto con la sfera della coscienza, mentre l’archetipo in sé non apparterrebbe al territorio psichico ma psicoide. Anche l’istinto puro sarebbe psicoide, e diventerebbe psichico nel rapportarsi con la coscienza, potrebbe essere parzialmente addomesticato ed esprimersi così in azioni volontarie, pur mantenendo intatto il suo nucleo originario.

L’assimilazione dell’istinto alla coscienza, tuttavia, non si realizzerebbe nell’estremità rossa, ma in quella viola dello spettro in cui vi è l’immagine archetipica che evoca al tempo stesso anche l’istinto in una forma diversa da quella biologica. Dunque, l’istinto sembrerebbe avere due aspetti, «da un lato viene vissuto come dinamica fisiologica, dall’altro le sue molteplici forme entrano come immagini e nessi d’immagini nella coscienza e dispiegano effetti numinosi» (Jung 1947/54, p. 229). Jung spiega come il precipitare nella sfera istintuale non porterebbe alla realizzazione e all’assimilazione cosciente dell’istinto poiché la coscienza lo teme e vuole liberarsi dall’idea di essere ingoiata dalla primitività e dall’incoscienza, dall’oscurità degli abissi infuocati della sfera istintuale.

«L’archetipo però, in quanto immagine dell’istinto, è psicologicamente un fine spirituale verso il quale preme la natura dell’uomo; il mare verso il quale tutti i fiumi dirigono il loro corso tortuoso; il premio che l’eroe strappa lottando col drago. Poiché l’archetipo è un principio formale della forza istintuale, contiene nel suo blu il rosso, ossia appare viola; oppure potremmo interpretare la metafora come apocatastasi dell’istinto sul piano del numero superiore di oscillazioni, così come sarebbe possibile far discendere l’istinto da un archetipo latente (cioè trascendente) che si manifesta nell’ambito di una lunghezza d’onda maggiore» (p. 229).

Jung afferma che l’unica realtà immediata e conoscibile è quella psichica dei contenuti della coscienza, che portano impressi in sé la loro origine spirituale e materiale.  Questa origine è psicoide, archetipica ed istintuale allo stesso tempo. Per Jung, infatti, l’istinto, in quanto direttamente radicato nell’organismo materiale, potrebbe rappresentare il ponte verso la materia in generale così come l’archetipo, suo tramite nel processo di trasformazione in immagine archetipica, potrebbe manifestarsi come contenuto psichico.

Ed ipotizzando la presenza di queste due realtà irrappresentabili, sarebbe possibile pensarne anche una sola immaginando il rapporto tra mondo psichico e mondo materiale come quello tra due coni rovesciati i cui vertici si toccano in un punto inesteso (p. 232).

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