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La responsabilità verso le immagini nella pratica della psicoterapia

La psicoanalisi non è una terapia, ma una conoscenza di sé.
Che poi conoscenza di sé sia anche un modo di prendersi cura di sé e quindi di “curarsi”
questo lo sapevano anche gli antichi filosofi greci e prima di loro l’oracolo di Delfi
che a tutti i visitatori dava sempre e comunque
quel messaggio che la tradizione ha condensato in tre parole:
‘conosci te stesso’” (Galimberti).
 
“Le nostre malattie psichiche non sono immaginarie bensì immaginali
sono anzi malattie della fantasia, sofferenze delle fantasie, di realtà mitiche,
l’incarnazione di eventi psichici” (Hillman).

 “La relazione tra terapeuta e paziente comporta un processo dialettico” (Jung, 1935, p. 13), scrive Jung, che può realizzarsi soltanto se il terapeuta rinuncia a qualsiasi teoria o metodo elaborati in precedenza “in favore di un atteggiamento il più possibile imparziale. In altre parole il terapeuta non è più il soggetto che agisce, bensì è il compartecipe di un processo di sviluppo individuale” (ibidem, p. 12).

Jung ritiene sia fondamentale che, nel rapporto con il paziente, il terapeuta si metta in gioco personalmente e partecipi alle sue sofferenze in uno scambio dialettico e creativo, nell’ambito del quale due personalità, come due diverse sostanze chimiche, si incontrano e formano un legame che può trasformarle entrambe. Questo può verificarsi soltanto se ciò che accade al paziente viene vissuto interiormente anche dal terapeuta, poiché egli può esercitare la sua influenza sul paziente soltanto se il paziente lo influenza a sua volta. Influenzare significa essere influenzati (cfr. Jung, 1929(a), pp. 80-3).

Ed essere influenzati vuol dire ascoltare il paziente e comprendere il suo pathos, che etimologicamente significa “accadimento”, “esperienze”, “esser mossi e la capacità di esser mossi”.Mentre con il termine pathe si indicano i movimenti dell’anima che, secondo Aristotele, rivelano una capacità di mutamento, oppure l’effettivo verificarsi di mutamenti qualitativi,che a volte sono dolorosi e vengono percepiti come afflizioni (cfr. Hillman, 1975, p. 177). Ma, come ci ricorda Hillman, l’anima si esprime attraverso le afflizioni, le patologizzazioni, poiché è tramite la depressione che si può entrare nelle sue profondità.

Quindi il setting psicoterapeutico rappresenta il luogo in cui il processo dialettico di cui parlava Jung, nel quale si incontranoterapeuta e paziente e si trovano ad interagire due sistemi psichici (cfr. Hung, 1935, p. 13), si trasforma nel luogo del fare anima, nel quale un solo logos è possibile, quello della psiche. Per questo Jung esorta a dimenticare ogni elaborazione teorica precedente, poiché il paziente porta con sé una propria originalità che non può essere interpretata attraverso schemi prefissati, ingabbiata in categorie psicopatologiche definite. Ed Hillman amplifica il suo pensiero esortando a vedere in trasparenza, a non cadere nel letteralismo “inerente alla nozione stessa di idea, perché allora noi vediamo le idee invece di vedere per mezzo di esse” (Hillman, 1975, p. 246). Se l’analista rinuncia a vedere in trasparenza, barricandosi dietro idee e teorie, parole altisonanti come malattia, patologia, trauma, ma anche processo di individuazione, io, anima, spirito, archetipo, in modo letterale, non riuscirà mai a comprendere, a com-patire il paziente, non si instaurerà quel rapporto dialettico e dinamico del quale parlava Jung.

La responsabilità dell’analista, dunque, è principalmente una responsabilità verso l’anima e quindi verso le immagini psichiche che sono simbolo, non segno, non possono essere ridotte ad un solo significato poiché, scrive Jung, “Un simbolo non abbraccia e non spiega, ma accenna, al di là di sé stesso, a un significato ancora trascendente, inconcepibile, oscuramente intuito, che le parole del nostro linguaggio non potrebbero adeguatamente esprimere” (Jung, 1926,pp. 360-1). Proprio come la Pitia nel dare il suo responso, nel consulto delfico, il simbolo non tace, non dice, accenna. E il terapeuta attento a dare vita al simbolo, non ad ingabbiarlo con definizioni che creerebbero la malattia (non esiste malattia finché non le viene dato un nome e lo si correda di un elenco di sintomatologie ritenute anormali), come l’oracolo, accennerà, anziché definire e spiegare, lasciando la possibilità alle immagini dell’anima di liberarsi, trasformarsi e dare vita ad altre immagini.

L’anima si esprime attraverso un’attività spontanea che Jung chiama fantasia (cfr. Jung, 1929(a), p. 66). Nel setting analitico le immagini fantastiche dell’anima trovano il luogo nel quale esistere e, come nei riti misterici, si verifica la catarsi, la liberazione delle immagini. Tutto ciò all’egida dell’antico detto misterico: Liberati, e ti sarà dato.

Jung utilizza la metafora dei rituali religiosi per parlare del primo stadio del percorso analitico, che definisce della confessione (cfr. ibidem, p. 69). Egli fa risalire le origini del trattamento analitico della psiche alle confessioni religiose ed ai loro misteri cultuali nell’ambito dei quali erano custoditi i segreti condivisi da tutti gli adepti, in quanto, afferma, “Un segreto condiviso con molti fortifica, tanto quanto nuoce un segreto meramente personale” (ibidem, p. 65). Iniziare un’analisi vuol dire varcare la soglia del sacro temenos, diventare iniziato ai segreti dell’anima, condividerli con l’altro e quindi farli esistere. Attraverso la confessione, comune ai riti d’iniziazione e ai culti misterici dell’antichità, emergono dalle profondità psichiche “tracce crepuscolari di rappresentazioni, in forma di immagini o sentimenti, che si staccano dallo sfondo oscuro e invisibile dell’inconscio per apparire come ombre incerte allo sguardo rivolto verso l’interno” (ibidem, p. 68). Hillman chiama processo di interiorizzazione il passaggio dallo sguardo rivolto verso l’esterno a quello orientato verso l’interno, che conduce ad un movimento dalla superficie delle cose visibili a ciò che è meno visibile, dall’oggetto alla soggetto(cfr. Hillman, 1975, pp. 244-5).

L’analista, secondo Jung, a questo punto ha bisogno di far chiarezza (secondo stadio, della chiarificazione) poiché “si trova improvvisamente impigliato in una rete di idee fantasiose incomprensibili” (Hung, 1929(a), p. 72). Siamo nel mondo infero, e il ruolo di colui che interpreta una storia, una fantasia, un sogno, del terapeuta, è quello di favorire l’adattamento agli stati d’animo, alle atmosfere, ai paesaggi del mondo infero. Hillman lo paragona a Virgilio che guidò Dante nella selva oscura, a Tiresia con le sue virtù profetiche, a Caronte traghettatore delle anime, non ad Orfeo o ad Ercole che non ebbero rispetto né delle leggi dell’Ade né dei suoi abitanti. “La sua opera è al servizio di Ermes cthonios, o di Ermes psychopompos, e corrisponde alla direzione a senso unico verso il basso. Ermes conduce le anime giù, l’eroe nascosto nell’io cerca di riportarle su” (Hillman, 1979(a), p.104).

Per Hillman “Il processo di chiarificazone si accompagna all’uso di metafore di luce-barlume, farsi luce, lampo d’illuminazione. Quando la chiarezza è diventata ovvia e trasparente, una nuova oscurità sembra crescervi dentro, un nuovo interrogativo o dubbio che richiede un nuovo atto di visione che di nuovo penetri verso il meno apparente” (Hillman, 1975, p. 244). È un cammino a ritroso che non risolve le ambiguità, un regresso all’infinito, un movimento di visione in trasparenza che vuole essere soddisfatto fino in fondo, spinto da un deus absconditus, che si manifesta soltanto nell’occultamento (cfr. ibidem, p. 245).

Tramite la parola si può tentare di dare una narrazione al fenomeno che ci sta dinanzi, e quindi una lettura che non può esimersi dall’essere espressa nel linguaggio dell’io, il linguaggio del poiché. È il processo di mitologizzazione in cui tutte le spiegazioni possono essere considerate fantasie di narrazione ed essere esaminate come miti.Le interpretazioni stesse del terapeuta sono fantasie, idee attraverso le quali, tramite una visione in trasparenza, si può entrare in contatto con l’anima e farne esperienza, fare anima (cfr. idem).

Anche Jung ricordava che l’essenziale non è capire o interpretare le fantasie, ma viverle, farne esperienza.Fare esperienza delle immagini vuol dire trasformarle e farsi trasformare da esse (terzo stadio, della trasformazione), un’operazione che coinvolge sia il paziente sia il terapeuta, che tuttavia riveste il ruolo di guida nell’ambito del processo. L’oracolo che propone i responsi, come anche l’alchimista che mescola i materiali, possono essere considerati metafore del terapeuta che riveste il ruolo, nell’ambito del setting, di persona di grande autorità e riconosciuta sapienza (cfr. definizione di oracolo in A.A.V.V., 1964, p. 755).

Scrive Jung: “Esistono nel rapporto fra terapeuta e paziente fattori irrazionali che operano una reciproca ‘trasformazione’, alla quale la personalità più forte, più stabile, dà il colpo decisivo” (Jung, 1929(a), p. 81). Ma l’autorità del terapeuta, per essere considerata tale, deve essere intrisa di responsabilità. Non a caso i termini responso e responsabilità etimologicamente derivano entrambi dal presunto responsare latino, dal quale viene il verbo respondere che, oltre ad avere il significato di “rispondere”, ha anche quello di “assicurare a propria volta” (cfr. Castiglioni, Mariotti, 1996, p. 1110). Il terapeuta dovrà innanzi tutto assicurare a se stesso, e alle proprie immagini psichiche, la cura che esse richiedono e poi, a propria volta, prendersi cura del paziente affinché possa diventare oracolo, alchimista, terapeuta di se stesso.

 “Per riuscire efficace sii quello che sei realmente” (Jung, 1929(a), p. 81), è l’unica verità alla quale, secondo Jung, deve tener fede il terapeuta. Ma essere ciò che realmente si è rappresenta un punto di arrivo, e mai definitivo, per l’analista che porta su di sé la responsabilità verso sé stesso e verso la persona che ha di fronte. In genere il paziente intraprende il cammino psicoteapeutico per risolvere un problema, per essere guarito, ma la risposta alla sua domanda non è la guarigione. La risposta è scritta sul pronao del tempio di Apollo a Delfi, proprio il tempio in cui l’oracolo dava i suoi responsi: Conosci te stesso. Anche Jung scrive che “La psicologia è, nella sua concezione più profonda, conoscenza di sé” (Jung, 1957/58, p. 82). Conoscere se stessi vuol dire saper ascoltare le voci, le immagini, le persone che sono dentro di noi. La frase di Jung che secondo cui l’analista deve essere ciò che realmente è, quindi, può essere interpretata come un’esortazione ad ascoltare le proprie immagini psichiche, che sono l’unica realtà a nostra disposizione, poiché è attraverso i loro occhi, gli occhi di Apollo, Zeus, Ermes, Era, Artemide, Afrodite…, che noi vediamo ciò che ci circonda.

Hillman utilizza la metafora del vetro per rappresentare la realtà psichica. Il vetro non è visibile poiché assume l’aspetto del suo stesso contenuto e, se i contenuti psichici sono posti dietro ad un vetro, vuol dire che sono nate le immagini, che è avvenuto il passaggio dalla realtà palpabile alla realtà metaforica. Per gli alchimisti, infatti, soltanto quando si riusciva a mettere le sostanze d’anima in un vaso di vetro e a tenervele, l’opus alchemica, e quindi il lavoro psicologico, aveva effettivamente inizio. Il vetro è l’immagine concreta della visione in trasparenza (cfr. Hillman, 1975, pp. 246-7). Tramite questo modo di vedere, non letterale, la patologia diventa il mezzo attraverso il quale entrare in contatto con la realtà dell’anima poiché, come dice Hillman, l’anima deve patologizzare per esistere. E l’anima patologizza attraverso atteggiamenti, sogni, sintomi, immagini che chiedono ascolto e che parlano un linguaggio arcaico, mitico, religioso, alchemico.

Jung ha il merito di aver collegato gli dei alle malattie (cfr. hillman, 1973, p. 28).In Ricordi sogni riflessioni, la sua biografia curata dalla Jaffè, così narra l’incontro con le immagini del mito: “Lessi come un folle, e lavorai con un interesse febbrile in mezzo ad una montagna di materiale mitologico, e poi anche di scritti gnostici, e finii in una totale confusione …Era come se mi trovassi in un manicomio immaginario e incominciassi a trattare e ad analizzare tutti i centauri e le ninfe e gli dei e le dee… come se fossero miei pazienti” (Jung in Jaffè, 1961, p. 204).

C’era una forte somiglianza tra i suoi pazienti e le divinità con le quali era entrato in contatto leggendo i racconti mitologici, che lo condussero oltre la via tracciata dal suo maestro, Sigmund Freud. Egli prese coscienza di un mondo fatto di immagini psichiche che rispecchia a pieno le patologie di un manicomio immaginario, e che va molto oltre l’esperienza personale del paziente. L’analista junghiano non si occupa dell’eziologia della nevrosi, ma la domanda che si pone è: “a che scopo” la tale immagine o divinità è comparsa in un sogno, in un atteggiamento, in una fantasia? Chi è che sta parlando, quale parte psichica? Cosa vuole comunicarci?

E siccome per Hillman ogni immagine psichica è un’immagine archetipica, la “terapia … comporta di accostare il mio comportamento e le mie fantasie personali a una figura e a un processo archetipici … e di riconoscere che comportamento e fantasie sono sempre espressioni metaforiche. E ciò che viene corretto dall’immagine alla quale sono accostati quel comportamento o fantasia è la mia interpretazione. I caratteri poetici forniscono lo strumento per comprendere tutta l’amplissima gamma del comportamento umano, delle fantasie umane e della psicopatologia umana. Nello specchio di queste immagini, noi riconosciamo noi stessi” (Hillman, 1973, p. 39). Secondo la visione metaforica quindi Achille è un’idea di valore comune a tutti i forti, Ulisse un’idea di prudenza comune a tutti i saggi, e non si tratta di mere invenzioni di artisti creativi come Omero, poiché lo stesso Omero è uno stato d’animo (cfr. ibidem, p. 36). Le immagini, nella loro interazione, rianimano le trame collettive riproponendo, rimemorando, i tratti immaginali, i miti che hanno caratterizzato la storia dell’umanità.

Ed il paziente è paziente a causa del disturbo dell’immaginazione, che non permette di circoscrivere ed elaborare le sensazioni, le immagini traumatiche del passato, e quindi si manifesta attraverso un’emozione eccessiva, non contenuta dentro la propria immagine, che il più delle volte viene curata con i farmaci. La cura fondamentale per l’emozione disturbata è il recupero dell’immaginazione, e soprattutto di quell’immaginazione che accoglie e dà spazio alle potenze che un tempo erano chiamate Dei (cfr. Hillman,1993,pp. 129-30).L’azione fondamentale della terapia è la conservazione, l’esplorazione e la vivificazione dell’immaginazione e delle intuizioni che da essa derivano (cfr. Hillman, 1988, p. 3).

Jung scrive: “Io … mi sforzo di fantasticare con il paziente… Tutto il lavoro umano trae origine dalla fantasia creativa, dall’immaginazione… Inoltre, la fantasia non si smarrisce: profondamente e intimamente legata com’è alla radice degli istinti umani e animali, ritrova sempre, in modo sorprendente, la via. L’attività creatrice dell’immaginazione strappa l’uomo ai vincoli che lo imprigionano nel ‘nient’altro che’, elevandolo allo stato di colui che gioca” (Jung, 1929(b), p. 54).E giocando con la fantasia l’anima può condurre corpo, istinto e natura al servizio di un destino individuale. Il nostro destino si disvela nella fantasia, poiché l’attività essenziale della psiche, quella che ne caratterizza l’essenza, è la creazione incessante di immagini fantastiche. E nelle immagini della nostra psiche, direbbe Jung, troviamo il nostro mito (cfr. Hillman, j., 1973, p. 33).        

L’ultimo stadio del percorso analitico descritto da Jung è lo stadio dell’educazione, che va intesa nell’ottica imagistica. Nel setting analitico il paziente può fare esperienza di come le nostre immagini, che provengono dalle profondità dell’anima, solo per il fatto di avergli dato un luogo nel quale esistere, diventano gravide di altre immagini, storie, fantasie, perché il linguaggio mitico, metaforico, è un modo di parlare che conduce alla partecipazione nel senso platonico, nella e con la cosa di cui si parla, “un parlare di storie e di intuizioni, che evocano, nell’altro che ascolta, nuove storie e nuove intuizioni, allo stesso modo in cui una poesia e una melodia accendono un’altra strofa e un’altra aria” (Hillman,1972, p. 216).La responsabilità principale del terapeuta quindi non è quella di curare, ma di prendersi cura delle immagini che emergono dentro si sé e nella dinamica analitica, e di educare il paziente a fare lo stesso, a dar voce, attraverso l’attività narrativa, ai racconti, alle trame che, con la loro essenza metaforica, nutrono, danno vitalità ed energia creativa al rapporto analitico ed alla vita stessa (cfr. Hillman, 1975, p. 263).

Ma c’è bisogno dell’eros per partecipare al mondo immaginale, tramite il quale l’uomo si unisce agli dei, poiché “La condizione primaria per entrare nell’immaginale è un amore pieno di interesse all’immaginale, è una creazione della fede, del bisogno e del desiderio. Dobbiamo desiderarlo appassionatamente anche se non possiamo ottenerlo con la volontà” (ibidem, p. 97).

Apuleio ci insegna che esiste un legame indissolubile tra Eros e Psiche, l’anima, per cui ogni crescita psichica sarà impossibile senza l’amore, il calore di eros, come ogni modificazione di eros non potrà realizzarsi se l’anima non considera ad essa necessari i desideri, gli impulsi, gli attaccamenti e i bisogni dell’eros, perché questi rappresentano il materiale necessario alla trasformazione (cfr.ibidem, p. 120). Non a caso già agli albori della psicoanalisi è stato osservato che, nel corso della terapia analitica, tra il paziente e l’analista, si instaura un rapporto di forte coinvolgimento emotivo. Sono state riempite centinaia di pagine per tentare di spiegare il fenomeno definito di traslazione, sulla sua utilità e sulle modalità attraverso cui l’analista deve difendersi da esso per non lasciarsi coinvolgere in una relazione che lo allontanerebbe da quella che dovrebbe essere la finalità di tale rapporto: educare il paziente alla conoscenza ed all’amore verso di sé e verso le proprie immagini psichiche. E questo è esattamente lo scopo delle immagini erotiche di traslazione che si attivano nel paziente, le quali tendono alla coniunctio, che il paziente stesso rifiuta e trasferisce sull’analista. Soltanto l’amore per la psiche, non l’analisi delle reazioni transferali, può permettere la risoluzione della traslazione bloccata (cfr. ibidem, p. 121).

 L’analista ha la responsabilità di educare il paziente a “portare eros a tutti i contenuti psichici, quali che essi siano – sintomi, stati d’animo, immagini, abitudini – e scoprirli fondamentalmente amabili e desiderabili” (ibidem, p. 109). Eros è la spinta vitale, l’amore delle immagini per se stesse (reflexio), è sentimento, il pensiero del cuore, un pensiero creativo anche se, dice Agostino, dove è il cuore, lì saranno anche beatitudine e disperazione (cfr. Hillman, 1979(b), p. 66). Non si può dimenticare che in Esiodo, negli orfici e nel neoplatonismo rinascimentale, Eros è figlio di Caos, il che sta ad indicare come “da ogni movimento caotico può nascere la creatività… (ma anche che) eros è sempre teso verso le proprie origini nel caos, che cerca di ritrovare per rivivificarsi. Aristofane parla addirittura del loro accoppiamento. Eros cerca continuamente di creare quelle notti oscure e quelle confusioni che sono il suo nido” (Hillman, 1972, pp. 109-10) poiché caos e creatività sono inseparabili.

È  un andamento a spirale che nel suo rinnovarsi è sempre uguale a se stesso, che può realizzarso soltanto se le immagini hanno ripreso a fluire, in uno stato avanzato dell’analisi. Scrive Jung: “L’effetto al quale io miro è di produrre uno stato psichico nel quale il paziente cominci a sperimentare con la sua natura uno stato di fluidità, mutamento e divenire, in cui nulla è eternamente fissato e pietrificato senza speranza” (Jung, 1929(b), p. 54). E questo flusso appartiene ad Ermes, che Kerényi associa ad Eros a causa della sua esistenza al limite tra il divino e l’umano. Ermes rappresenta l’eterno fluire della psiche. È colui per il quale le esperienze della vita e della morte sono inseparabili poiché egli si trova sulla soglia, e può accedere senza problemi ai due mondi: al mondo supero ed al mondo infero.

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